I lobi delle foglie di Hepatica nobilis, così come la tonalità rossastra della pagina inferiore delle foglie della specie, evocano il fegato e per questo a lungo sono stati ritenuti efficaci nel trattamento delle affezioni di tale organo; da questo deriva anche il suo nome (Hepatica, dal latino medievale hepatica (herba), femminile di hepaticus; tramite il latino dal greco hēpatikos, da hēpar, hēpat-,“fegato”). Anche la pimpinella (Sanguisorba spp.) serviva per curare il fegato: il suo nome latino deriva dal colore rosso dei fiori, per il quale era ritenuta capace di assorbire il sangue. Le sue proprietà emostatiche sono, in effetti, associate alla presenza di un’alta concentrazione di tannini nelle radici.

Altri esempi di segnature in erboristeria sono:

  • asplenio (Asplenium trichomanes), usato nei trattamenti della milza;
  • celidonia (Chelidonium majus), utilizzata nel trattamento dell’ittero, a causa del colore del suo lattice; è chiamata “erba dei porri” perché proprio questo lattice è la sua “cura” in quanto aiuterebbe a eliminare i porri, ma anche i calli;
  • dentaria (Cardamine bulbifera), così chiamata e utilizzata per curare il mal di denti;
  • erba saetta (Sagittaria sagittifolia), così chiamata perché le sue foglie a forma di freccia si riteneva potessero applicarsi alle ferite di quest’arma. A tal proposito, va ricordato che nell’incantesimo anglosassone Wið fǣrstice sono indicate tre specie vegetali spontanee, Plantago lanceolata, Lamium purpureum e Tanacetum parthenium, che hanno tutte foglie appuntite a ricordare/mimare una freccia, e in particolare Plantago già nel binomiale (stabilito comunque da Linneo nel 1753, quindi in epoca molto più tarda) ha la specifica lanceolata, come una lancia. Si riteneva che il simile si curasse con il simile, per cui queste specie erano indicate per curare le ferite da freccia o arma appuntita come una lancia;
  • fiordaliso (Centaurea cyanus), il cui colore azzurro veniva indicato per le affezioni degli occhi blu; la scienza ha poi confermato il potere del fiordaliso che oggi è utilizzato nei colliri, e per tutti gli occhi, non solo i blu;
  • le epatiche, comprendenti le Marchantiophyta o l’erba trinità (Hepatica nobilis), come anzidetto utilizzate per i problemi al fegato;
  • Euphrasia, per i disturbi agli occhi (e Euphrasia significa, dal greco, “che rallegra la mente”, proprio perché eliminati i disturbi agli occhi si è più felici e si ha la vista - e quindi la mente - più chiara);
  • polmonaria (Pulmonaria officinalis), usata nelle affezioni dei polmoni, e indicata nelle illustrazioni con le foglie a forma di polmone, e macchie bianche;
  • salvastrella o pimpinella (Sanguisorba officinalis), a cui erano attribuite proprietà emostatiche, per il colore rosso ritenuto capace di assorbire il sangue, da cui il suo nome;
  • stregona dei boschi (Stachys sylvatica), a cui sono attribuite qualità antisettiche - oltre che, già dal nome, erba magica per eccellenza;
  • favagello (Ranunculus ficaria), la cui radice veniva utilizzata contro le emorroidi, le vene ipertrofiche, e così via;
  • viperina azzurra (Echium vulgare), impiegata per curare i morsi serpente, perché i suoi semi presentano una certa somiglianza con la testa di una vipera.

Anche il quadro dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo di Giuseppe Arcimboldo (1591) illustra una sorta di rispecchiamento delle segnature tra l’uomo e gli elementi vegetali.

Le nomenclature adoperate per le segnature rivelavano, in genere, l’uso, o l’organo del corpo, a cui erano destinate.

Uno dei dibattiti in voga durante il Medioevo e il Rinascimento riguardava, in particolare, il rapporto tra linguaggio e realtà, ovvero se la parola sia semplicemente un segno arbitrario dell’ente a cui si riferisce, secondo la tradizione aristotelica, o se essa esprima e possieda l’essenza stessa dell’oggetto nominato, evocandone il potere, come sostenevano Plotino e i neoplatonici. In termini linguistici, si trattava della possibile divergenza, o viceversa dell’identificazione, tra il significato e il significante: nel pensiero magico o occulto tale distinzione non esiste, essendo le parole ritenute equivalenti ai contenuti, potendo persino sostituirli.¹

Un nome, in tal caso, avrebbe efficacia per se: ad esempio, l’ematite, ritenuta in grado di fermare le emorragie, avrebbe sortito i suoi effetti semplicemente nominandola, per via della forza ispiratrice della sua radice etimologica.²

La dottrina delle segnature avrebbe acquisito in tal modo, e soprattutto in Paracelso, la possibilità di accedere non solo a un sistema di corrispondenze del simile con il simile, ma di spingersi fino a una sorta di fusione cosmica: dove i logici vedevano semplicemente un nesso di analogia, i paracelsiani intuivano un principio di identità entro un gioco di rimandi dalle potenzialità infinite.³

Le varie terminologie delle segnature utilizzate all’incirca fino a tutto il XVIII secolo, come “coda di volpe”, “erba del diavolo”, “zampa di allodola”, “zoccolo di Venere”, “barba di Giove”, “dente di leone”, etc.⁴ (in italiano; ve ne sono molte di più nelle lingue germaniche e sono utilizzate ancor oggi), furono rimpiazzate infine da una nomenclatura meno suggestiva, e da una classificazione razionale di cui si avvertì l’esigenza a seguito dell’arrivo in Europa di nuove specie di piante, erbe e semi, provenienti dalle moderne esplorazioni geografiche.⁵

Il sistema di Linneo venne incontro a questa esigenza, fornendo non solo un dizionario, ma anche una grammatica della botanica, in grado di render conto di tutte le varietà conosciute e sconosciute, con due sole parole latine composte da meno di 12 lettere ciascuna che, evitando l’eccesso di consonanti, risuonassero armoniose all’udito.⁶

Linneo raggiunse l’obiettivo di riuscire a dedurre da una foglia o da un frutto l’intero albero o la pianta corrispondente, per quanto non basando questa capacità sulle virtù del folklore e della magia popolare, quanto sulla logica di una sorta di “algebra floreale”.⁷ Il suo successo, tuttavia, restò limitato all’ambito di una natura intesa come un insieme di specie fisse: l’avvento del darwinismo l’avrebbe rimesso in discussione.

Le specie che oggi in Puglia conservano il nome del segno o sono collegate ad animali, all’habitat in cui crescono, a parti del corpo, a malattie, insomma a segnature di vario genere e tipo, sono:

  • capo di bue per Rumex acetosa, l’acetosa, in Salento (esiste anche il binomiale R. bucephalophorus, dal greco); stessa specie, lènghe de chen, “lingua di cane”, a Martina Franca, per la forma delle foglie che ricordano la lingua del cane;
  • asprigna per Oxalis acetosella, indicando il sapore acidulo che acquieta la sete, utilizzato a Maruggio;
  • palazzo di lepre per indicare la pianta degli asparagi;
  • culu ti puercu, cecora de ciucci per l’aspraggine volgare (Helminthotheca echioides);
  • cappellaccio per la bardana (si usava per tenere i capelli forti e farli crescere lunghi e sani);
  • bocca di lupo per il colore e il “pelo” vellutato, e vongole de Quaremma per indicare il sapore simile alle vongole, detti entrambi di Hermodactylus tuberosus, la bellavedova;
  • spaccapisci, spaccapetr, detto del boccione maggiore (Urospermum dalechampii) poiché usato, al pari di tarassaco o cardi, per depurare e aiutare nell’espulsione dei calcoli (“spaccapipì” e “spaccapietre” fanno entrambi riferimento al condotto urinario liberato);
  • erba canarí per la borsapastore, per il consumo delle sue siliquette da parte degli uccelli;
  • a caccialepre già ha lepre nel nome comune (si tratta di Reichardia picroides), ma in dialetto è conosciuta come bukk i ljépur, “bocca di lepre”, pani ti liépri, “pane della lepre”;
  • il cinquefoglio, Potentilla reptans, è chiamata in Puglia in gergo man d’ Crist per la forma delle foglie;
  • la consolida è chiamata orecchie di lepre per la forma delle foglie e la loro morbidezza, in quanto ricoperte da una leggerissima peluria;
  • la costolina (Hypochaeris radicata) è chiamata culu ti puercu o culucchiu de porcu;
  • ovviamente anche in Puglia Artemisia dracunculus ha nomi legati al drago, e così nei vari dialetti si ha dracón, tracul e tracùn;
  • se già in italiano Nigella damascena si chiama comunemente fanciullaccia, in pugliese si ha stregh e uècchj d pupa;
  • l’infiorescenza a ombrello del finocchietto selvatico è chiamata in alcuni dialetti carusell, con riferimento all’impressione di un movimento turbinoso e vivace, in circolo, che non si ferma mai;
  • i frutti di malva si chiamano pani ti sant’Antoniu o pani ti Spagni a ricordare che erano comunemente mangiati come se fossero piccoli panini;
  • i frutti degli ombrellini pugliesi (Tordylium apulum) sono chiamati in Salento simienti ti collana, a ricordare che erano utilizzati per farne collane, come del resto si evince da uno splendido ciondolo dell’antica Grecia;
  • la parietaria è chiamata in moltissimi dialetti ièrv du vind, erba del vento, a sottolineare il polline allergenico, ma anche probabilmente che, a causa del vento, si espande e attacca ovunque;
  • la piantaggine in quasi tutte le lingue ha mille nomi collegati a segni, però in Puglia, contrariamente ad altri luoghi, si usano prevalentemente leng de pecur, recchj de lebbr: lingua di pecora e orecchie di lepre;
  • i frutti di Smilax aspera sono chiamati ua ti li sirpienti, uva dei serpenti, a indicare che sono velenosi.

Infine, è interessante notare che con il nome comune, o meglio soprannome, succiamele, si intendono oggi solo la sporchia (Orobanche crenata), ma anticamente anche, ad esempio, erba viperina (Echium vulgare) e borragine (Borago officinalis) e altre specie, tutte coperte da peluria più o meno ispida e considerate piante invasive rispetto alle coltivazioni principali, e che quindi succhiano nutrimento dal terreno.

___________________________________

Fonti bibliografiche: 

¹ Vickers, Occult & Scientific Mentalities in the Renaissance, Cambridge University Press, 1984: 95-97 e 106-107.

² Gontero-Lauze, Les Pierres du Moyen-Age, Anthologie des lapidaires médiévaux, Les Belles Lettres, 2016, pp. 10-11.

³ Alexandre Koyré, Paracelse, Allia, 1997, ISBN 9-782911-188350, pp. 56-57.

⁴ François Dagognet, Le catalogue de la vie: étude méthodologique sur la taxinomie, Parigi, PUF, 1970, pag. 27.

⁵ Dagognet, op. cit. (1970), pp. 17-19.

⁶ Dagognet, op. cit. (1970), pp. 39-41.

⁷ Ibidem.